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Acqua ai privati: che flop!

Persino la banca mondiale conferma il fallimento delle privatizzazioni idriche

Mer 01 Apr 2009 | di Laura Alteri | Acqua

”L’esperimento con la privatizzazione dell’acqua è fallito”. Inizia così il Rapporto redatto nelle settimane scorse dal PSIRU (Public Services International Research Unit – Unità di Ricerca Internazionale sui Servizi Pubblici) dell’Università di Greenwich, Inghilterra. Una “Business School”,  che monitorizza l’andamento delle privatizzazioni dei servizi pubblici nel mondo, la cosiddetta “liberalizzazione”... come se prima  quei servizi fossero stati “imprigionati”.

Milioni di persone come cavie
Era destino che prima o poi - proprio nella patria del motto “meno Stato, più mercato” – qualcuno dovesse scrivere la parola fine su quello che solo ora, con estrema chiarezza, viene indicato come un “esperimento”. E noi italiani siamo, con altri, una massa di cavie. Lo studio non parla di una “esperienza”, che può essere giudicata più o meno positiva, ma parla proprio di qualcosa che richiama le fumose alchimie di laboratorio dove qualcuno, con ampolle e provette di carattere finanziario, ha provato a cavare più denaro possibile, spacciandolo per vantaggio collettivo. Sulla pelle degli utenti.

La Banca Mondiale l’ha voluta, ora ammette il fallimento
Anche se è il risultato di una ricerca universitaria a scopo divulgativo, questo documento rischia di diventare una locomotiva in corsa per tutti coloro che ancora, soprattutto nel nostro Paese, si attardano a dire  che questo tipo di gestioni privatizzate sono le migliori possibili. Il primo colpo lo assesta proprio all’organismo più responsabile, a livello globale, di quell’aggressiva politica economica tesa a far accettare ai Governi di tutto il mondo la privatizzazione dei loro servizi idrici: la Banca Mondiale. Questa ha tra i suoi soci buona parte di quelle stesse banche responsabili della terribile crisi finanziaria ed economica in corso. Attraverso una propria agenzia (la PPIAF), la Banca Mondiale ha appena pubblicato un atto in cui  ammette il fallimento della privatizzazione idrica, a cui ha costretto diversi Paesi poveri, concedendo prestiti solo a chi si piega ai colossi privati. “Non c’è alcuna prova di efficienza superiore del settore privato rispetto al settore pubblico”, afferma il Rapporto PSIRU, sempre citando la Banca Mondiale e sempre in riferimento all’acqua.

Solo perdite per i cittadini
Anzi, la ricerca dimostra che sono aumentati i problemi: si sono persi più posti di lavoro e non è affatto aumentata la produttività complessiva con la gestione dei privati. Non vi è poi alcuna prova di prezzi più bassi del servizio, né i privati hanno fatto maggiori investimenti. Dunque fanno pagare di più e non migliorano reti, depuratori, fogne, qualità dell'acqua. Cose promesse ancora oggi (anche in Italia) di cui non c’è alcun riscontro pratico.

Al centro c'è la corruzione
I ricercatori internazionali dell'Università inglese nel Rapporto rilevano anche la grave piaga della corruzione proprio nel settore idrico. è il vero problema intorno al quale “girano” tutti gli altri; problema che pesa anche sugli acquedotti italiani e qui come altrove fa “girare” un altro tipo di liquidità: quella prelevata periodicamente dalle nostre bollette. Parola di inglesi, pionieri e sbandieratori delle privatizzazioni.
Mentre andiamo in stampa è in corso il 5° Forum Mondiale dell'acqua, a Istanbul. Un incontro tra burocrati, autorità, manager, solitamente presieduto dai capi delle multinazionali che stanno espropriando l'acqua ad intere nazioni, Italia compresa.
Chissà se ammetteranno che proprio la Capitale turca e altre città turche sono il primo tragico esempio al mondo di fallimento della privatizzazione idrica ad opera dei colossi francesi Générale des Eaux (ora Veolia) e Suez con gli inglesi di Thames Water. Gli stessi ormai alla conquista dell'Italia, a cominciare da Roma.   

ACQUA: NIENTE CARTELLE ESATTORIALI
Doppia bolletta in malafede: condannati. Non possono agire come lo Stato
di Francesco Buda

Condannata la società dell'acqua a restituire i soldi della bolletta all'utente e a risarcirlo con 5.000 euro, oltre al pagamento delle spese di lite. È successo lo scorso febbraio a Terracina, in provincia di Latina: un cittadino si era visto recapitare due volte la richiesta di pagamento della stessa somma  dalla locale azienda idrica Acqualatina, controllata dalla francese Veolia, uno dei due colossi multinazionali del settore.
Prima la normale bolletta, poi la cartella esattoriale. Il giudice ha riconosciuto le sue ragioni condannando Acqualatina Spa per aver agito “con malafede e colpa grave” ed ha pure inviato gli atti alla Procura della Repubblica, affinché verifichino eventuali reati. La cosa – agli occhi del giudice – è ancora più grave: l'azienda avrebbe emesso la cartella esattoriale illegittimamente, poiché non ha la necessaria autorizzazione ministeriale e né il titolo esecutivo, cioè il documento che rende subito esigibile un credito attraverso il pignoramento. Quello che in pratica la legge richiede a chiunque per poter agire forzosamente contro un proprio debitore che non paga. Infatti, secondo i supremi giudici della Cassazione e della Corte Costituzionale, si tratta di un rapporto tra privati, come tra qualunque creditore e debitore. Cosa ben diversa da quello tra un Ente pubblico che deve riscuotere un tributo e il contribuente (ad esempio tasse o multe dei Vigili). La sentenza sul caso Acqualatina a Terracina può portare una rivoluzione nel rapporto – sempre più scorretto e sbilanciato in sfavore della gente – tra i cittadini italiani e le ditte che in gran parte del Paese si sono accaparrate la gestione dei servizi idrici: nella loro veste di società per azioni non avrebbero diritto di inviare le cartelle esattoriali agli utenti morosi. Essendo questi ultimi ormai “clienti”, i gestori devono agire come qualunque altro fornitore che vanta un credito, cioè rivolgersi al giudice per ottenere apposito decreto ingiuntivo. In sostanza, non possono “aggredire” l'utente-cliente senza preventiva decisione del magistrato. Invece accade il contrario, con gestori idrici che addirittura staccano l'acqua con tanto di scorta armata, nonostante il Tribunale abbia detto che non possono farlo senza mandato del giudice. È come se uno per riavere i soldi che gli dobbiamo venisse quando vuole a casa nostra   -  senza chiedere permesso - e si prendesse i nostri beni, anziché farci causa chiedendo di condannarci al pagamento del debito. Con l'aggravante che parliamo di acqua, non di una merce come tante altre. Invece, i nuovi padroni dei nostri acquedotti - perlopiù multinazionali francesi - da un lato trattano l'oro blu come un bene mercantile e ci trattano da clienti, dall'altro però pretendono di usare la forza come compete solo allo Stato. Ma quest'ultimo è animato da scopi collettivi di superiore interesse pubblico, non dal profitto per un clan. Ora, se invece gestori privati dell'acqua possono inviare cartelle esattoriali, le aziende dei telefoni, del gas e quelle elettriche che faranno? Si metteranno a stampare cartelle esattoriali pure loro per mandarci l'ufficiale giudiziario a pignorarci il televisore o i gioelli in caso di morosità?


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