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Vado via dall'Italia

Mollo tutto e mi eporto: ricomincio dall'estero

Gio 27 Gen 2011 | di Barbara Bizzarri | Attualità
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Si parla sempre più spesso di “fuga di cervelli”: tutti quei giovani, e non solo, che decisamente spaventati dalle condizioni in cui versa il Belpaese, decidono di fare il grande salto e ricominciare daccapo in un’altra parte del globo. I numeri parlano chiaro: più di 40mila nostri conterranei vivono a Londra e sono miriadi le comunità italiane sparse in tutto il mondo in cui i nuovi emigranti si organizzano per cercare una vita migliore. Ma c’è anche chi ha affrontato lo “strappo” dalle proprie radici in tempi non sospetti e adesso, a distanza di vent’anni, aiuta gli altri ad affrontare la sfida della vita oltreconfine. Aldo Mencaraglia, dopo la laurea all’Università di Brighton e al Politecnico di Torino e la dura gavetta d’ordinanza tra Inghilterra, Cina e Taiwan, vive dal 2002 a Melbourne in Australia e dal suo sito italiansinfuga.com, che è diventato un cult grazie al passaparola, dispensa consigli a chi, valigia in mano e  tante speranze, è deciso al grande passo.

Qual è la tipologia di italiano al quale consiglieresti di NON lasciare il nostro Paese?
«Consiglierei di non lasciare l'Italia a chi non ha voglia di mettersi in gioco ripartendo dal basso. L'approccio mentale all'emigrazione è senz'altro l'aspetto più importante di un'emigrazione di successo. Vi saranno occasioni che metteranno a dura prova la "sopportazione" del giovane italiano. Dopo aver passato la vita a essere "il padrone di casa", l'emigrante si ritrova ad essere "ospite" e certi atteggiamenti mentali poco si addicono all'essere ben accolto all'estero. Andare all'estero con un senso di superiorità tipo "sono italiano, sono creativo, sono un discendente di Leonardo da Vinci" è molto rischioso, in quanto la realtà della competizione internazionale è feroce. Al giorno d'oggi troverete a farvi concorrenza indiani e cinesi bravissimi nel fare il proprio lavoro e la globalizzazione richiede che voi siate preparatissimi come individui, a prescindere dalla vostra nazionalità».

Gli italiani scappano all'estero anche quando hanno già un lavoro?
«Sì. Spesso il lavoro in Italia non è soddisfacente, non offre buone prospettive a lungo termine e la paga è relativamente più bassa rispetto a quella che si può raggiungere in altre nazioni del mondo occidentale. Questo è vero sia per i giovani che si trovano a saltare da contratto a contratto sia per quelli che hanno un'esperienza lavorativa già ventennale e si rendono conto che il mercato del lavoro italiano non li apprezza in modo adeguato».

Può capitare che emigrino italiani con un lavoro prestigioso?
«Certamente. Non sono tanti, ma alcuni mi hanno contattato chiedendo informazioni per l'immigrazione in Australia, ad esempio. Addirittura chirurghi che immagino abbiano un lavoro cosiddetto "prestigioso", ma che in fondo in fondo felici ovviamente non sono.  Il lavoro è solo una componente dell'insoddisfazione che tanti italiani hanno verso l'Italia».

C’è chi lascia l’Italia per migliorare la qualità della vita e non la posizione professionale?
«In pratica tutti, perché la qualità della vita è altrettanto importante rispetto alla posizione professionale e le due viaggiano in sintonia. Leggendo i blog di tanti altri italiani emigrati all'estero, gli articoli sulla burocrazia all'estero e sulla vita di tutti i giorni al di fuori dell'orario lavorativo sono altrettanto comuni rispetto a quelli che descrivono le possibilità di lavoro all'estero e la mentalità nell'ambiente di lavoro. Bisogna inoltre considerare quelli che emigrano verso Paesi con uno stile di vita più "rilassato", dove esiste meno frenesia e si può vivere con meno soldi. Il compromesso è quello di accettare magari un lavoro ad un livello inferiore rispetto a quello che si aveva in Italia».

Al di là di statistiche e trend, vorrei conoscere la tua opinione personale: quale è la professione più richiesta all'estero (il lavoro d'oro)?
«Non esiste un lavoro d'oro di per sé. Dipende moltissimo dall'individuo e da quello che può offrire. A prescindere dalla professione, se uno è bravo e lo sa dimostrare, riuscirà a trovare un lavoro. Detto ciò, l'infermiere è una figura professionale in altissima domanda in tutte le nazioni occidentali a causa dell’invecchiamento della popolazione e conseguente richiesta di personale in ambito ospedaliero. Ad esempio in Australia la figura dell'infermiere è una delle più richieste per quello che riguarda i visti lavorativi, ma attenzione, perché bisogna sapere l'inglese molto bene, altrimenti il visto non viene concesso».

Alcune procedure burocratiche di ammissione in un altro Paese sono molto lunghe e complesse: qual è il momento migliore per mettere in moto la macchina dell'espatrio? Prima della laurea? Durante? Dopo?
«Prendendo di nuovo come esempio l'Australia, esiste una miriade di visti che consentono di emigrare, quindi generalizzare è difficile. Va sottolineato che ottenere un visto è molto difficile e quindi la strategia dipende molto dall'individuo e dalle circostanze personali. Prima della laurea si può pensare ad andare a studiare all'estero. Ad esempio uno può iscriversi all'università in Australia, frequentando un corso con un indirizzo che abbia buone prospettive di lavoro nell'ambito delle professioni richieste dall'immigrazione australiana. Questo approccio però costa molto, quindi è relativamente difficile da mettere in atto. Altrimenti, appena conseguita la laurea in Italia, il giovane può andare in Australia con un visto “vacanza lavoro” che permette di lavorare per un anno in Australia. La tipologia di lavoro disponibile per un visto simile è relativamente limitata al settore della ristorazione e simili, cioè di tipo molto flessibile. Se uno riesce a trovare un datore di lavoro che lo sponsorizza, sempre nel contesto di una professione richiesta, allora l'immigrazione diventa più facile. Altrimenti la richiesta di manodopera specializzata da parte del governo australiano prevede che il candidato per un visto lavorativo abbia alcuni anni di esperienza nell'ambito della professione stessa. Si tratta quindi di maturare tale esperienza in Italia o in un'altra nazione per dimostrare di saper espletare questo lavoro. La burocrazia comunque è lunga e bisogna mettere in preventivo mesi, se non anni, di procedure ed attese».

Sono richieste di più le professionalità di medio livello che quelle di alto livello, o viceversa?
«Non si tratta tanto di definire un livello, bensì di delineare la professione stessa. Di nuovo, l'Australia richiede dottori come richiede saldatori, dipende molto dalla richiesta da parte del mondo del lavoro e dall'abilità del mondo del lavoro interno di soddisfare questa richiesta. Quello che fa veramente la differenza è la conoscenza dell'inglese, che è richiesta ad un livello medio alto».

Che tipo di pubblico ti contatta?
«Un po' tutti! Ci sono gli studenti universitari che stanno pensando di fare un periodo all'estero grazie al progetto Erasmus, come ci sono i padri e le madri di famiglia che si rendono conto di non riuscire ad offrire un futuro adeguato ai propri figli in Italia. Ci sono poi i cinquantenni che si ritrovano a faticare in un mercato del lavoro in crisi ed esplorano quali prospettive l'emigrazione all'estero possa offrire loro».

Anche oggi ci sono giovani che hanno molto poco da offrire (sorvoliamo sulle responsabilità del sistema scolastico e del Sistema Italia in generale): cosa potresti consigliare a chi si trova in questa condizione?
«Studiate la lingua straniera! La cosa più importante per aumentare le probabilità di successo di un'emigrazione all'estero è la capacità di comunicare con i vostri nuovi amici. Ovviamente dovete saper offrire un qualcosa dal punto di vista lavorativo, ma se non sapete comunicare, difficilmente riuscirete ad essere efficaci nella vostra nazione d'adozione. Fate dello studio della lingua straniera la vostra priorità principale. Quindi sviluppate delle capacità professionali che siano richieste dal mondo del lavoro estero. Dedicate a tutto ciò ogni momento libero che avete, rinunciando a tutto quello che non vi aiuterà a migliorare la vostra condizione. Se non lo fate, chiedetevi se davvero volete emigrare all'estero».

Ritieni che una famiglia o anche solo un legame affettivo forte siano inconciliabili con la fuga dall'Italia?
«È ovviamente difficile lasciare la famiglia, gli affetti e gli amici per emigrare anche solo al di là delle Alpi. Purtroppo si tratta di fare una scelta che ovviamente richiede compromessi. È auspicabile che la vostra famiglia ed i vostri amici vi sostengano nella vostra scelta, consci che il passo che state facendo vi consentirà di realizzare il vostro potenziale e vi darà la possibilità di essere felici. Dovete poi essere voi a scegliere fra le persone care ed una vita all'estero, di lì non si scappa».

Un consiglio per un neolaureato che desidera lasciare il Bel Paese. Studiate la lingua!
«Due consigli per un diplomato/laureato che si è fatto strapazzare per cinque o sei anni dai call center e dai contratti a progetto: non vi meritate un trattamento del genere. All'estero il mondo del lavoro non è un paradiso terrestre, ma diplomati e laureati, se validi, vengono valorizzati e responsabilizzati. So che è facile a dirsi dall'altra parte del mondo ed avendo un lavoro a tempo indeterminato, però consiglierei di non prendere in considerazione contratti a progetto mal pagati o non pagati affatto. Consiglio numero uno: pensate veramente che cosa volete fare nella vita. Siate estremamente determinati nel decidere il vostro futuro. Dimenticatevi del fatto che magari avete una laurea o un diploma che nulla ha a che fare con quello che state facendo adesso e siate pronti a cambiare rotta se vi rendete conto che la laurea è stata uno spreco di tempo. Dimenticatevi del fatto che avete "sprecato" anni in un call center. Non consentite a questa esperienza di definirvi come persona: valete molto di più, chi vi ha strapazzato non si rende conto del vostro valore e non vi merita. Consiglio numero due: cercate lavori ed esperienze che possano migliorare il vostro curriculum per raggiungere l'obbiettivo di cui sopra. Non sono sicuro che cinque o sei anni in un call center siano ben visti da un datore di lavoro all'estero, a meno che non sia proprio per lavorare in un call center».    


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