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Buoni pasto il piatto piange!

I lavoratori ci comprano a malapena un panino e gli esercenti non vogliono più accettarli. Ecco perché il sistema dei ticket è entrato in crisi

Gio 27 Gen 2011 | di Sabrina Protano | Soldi
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Due milioni e duecentomila lavoratori li usano ogni giorno, così come tante delle loro mogli che a fine mese, quando bisogna tirare un po’ la cinghia, usano i ticket del marito per fare la spesa al supermercato. Purtroppo, però, l’adesivo esposto all’ingresso di supermercati e ristoranti, che indica la possibilità di pagare con il “blocchetto”, potrebbe presto diventare un miraggio, perché molti esercenti iniziano a non accettare i buoni pasto e a chiedere contanti (alcuni grandi catene di supermercati e della ristorazione già non li accettano più da tempo). E i lavoratori rischiano di rimanere con il blocchetto in mano e di perdere, quindi, quegli 80-150 euro dalla busta paga. Ma cosa sta succedendo?

La mensa… in tasca!
Facciamo un passo indietro, ricordando che il buono pasto rappresenta il servizio sostitutivo di mensa, messo a disposizione dalle imprese come benefit aziendale. In poche parole, serve all’azienda datrice di lavoro per pagare il pasto ai suoi dipendenti. Il ticket può essere utilizzato, infatti, solo per acquistare prodotti alimentari presso pubblici esercizi (bar, ristoranti, etc.) o gastronomie di supermercati convenzionati. Di vantaggi ce ne sono un po’ per tutti: le aziende che li comprano per i propri dipendenti ci guadagnano, perché i buoni pasto costituiscono un costo interamente deducibile; per il dipendente il ticket è percepito come un servizio utile, ma anche come un mezzo per salvaguardare il proprio potere d’acquisto, visto che può anche decidere di usarlo per fare la spesa di casa; per gli esercenti affiliati, il “popolo dei ticket” rappresenta una clientela sicura e fidelizzata.

L’anello debole del sistema
Sembrerebbe tutto fantastico, se il sistema dei buoni pasto non avesse dei vizi di forma. Il meccanismo funziona così: all’inizio un’azienda indice una gara a cui partecipano diverse società emettitrici di ticket. Queste ultime, per vincere la gara, devono offrire uno sconto: ad esempio, se il buono ha un valore di 5 euro, potrebbe aggiudicarsi la commessa la società che vende il buono pasto a 4 euro. Il problema è che poi, per recuperare lo sconto, la società vincitrice applica una commissione all’esercizio convenzionato dove lo stesso ticket può essere speso. Il sistema entra in crisi perché per gli esercenti la commissione è così alta e il rimborso del ticket da parte della società emettitrice avviene con un ritardo tale da trasformarsi in un aggravio del 30%: praticamente, da una parte l’esercente offre un pasto di 5 euro, mentre dall’altra ne ottiene 3,50. Per di più il ticket ha una scadenza e, quindi, entro la fine dell’anno deve essere incassato: così l’esercente innesca una corsa affannosa per non restare con il “cerino” in mano e cerca di spendere il ticket al più presto.

Il padrone più occhiuto
L’aspetto paradossale è che l’ente che con la sua forza contrattuale sta portando il mercato dei ticket al ribasso è la Consip, cioè lo Stato. Infatti, durante le diverse gare che indìce, riesce a strappare sconti sempre più consistenti alle società emettitrici di ticket che partecipano. E così queste ultime sono costrette a “rivalersi” sugli esercenti per recuperare lo sconto fatto, applicando loro delle commissioni sempre più alte. Se pensiamo che la Consip da sola tratta ogni anno circa 600 milioni di euro di ticket, si capisce l’entità della questione.

Buono pasto, pasto “amaro”
Per non parlare poi del “povero” lavoratore, che si trova in mano un pezzo di carta con cui a malapena riesce a coprire il prezzo di un panino e un succo di frutta. E questo vale solo nel Sud Italia, perché a Milano, con un buono di 5,29 euro si può comprare o un panino o un succo di frutta. Ma perché solo 5,29 euro? Perché il valore del buono pasto è così basso qui da noi, quando basta varcare il confine per rendersi conto che negli altri Paesi europei è sempre maggiore e si attesta dai 6 euro della Turchia ai 9 euro spagnoli? Questo accade perché in Italia il valore di 5,29 euro, corrispondente alle vecchie 10 mila lire, è il massimo soggetto a defiscalizzazione: in altre parole, se viene superato, la differenza è soggetta a oneri fiscali, e quindi sia le imprese che i lavoratori devono pagarci le tasse sopra. Come al solito, siamo gli ultimi e i più penalizzati. Ma non basta: sono ben 13 anni che il tasso del ticket rimane bloccato nel nostro Paese. E pensare che solo applicando il coefficiente di rivalutazione Istat il valore del buono pasto crescerebbe automaticamente intorno ai 7 euro. Ovviamente, negli altri Paesi europei avviene proprio così e la quota di defiscalizzazione viene costantemente aggiornata (in Francia, ad esempio, questo “aggiustamento” avviene ogni primo gennaio dell’anno).

Rivedere le regole del gioco
La domanda a questo punto è: se già il fisco “rema contro” al sistema, perché a complicare la situazione ci si mettono gli stessi soggetti coinvolti nel meccanismo? Bisognerebbe che le società che emettono ticket smettessero di prestarsi al gioco del ribasso senza mai reagire. Bisognerebbe che mandassero deserte alcune gare, come qualche volta succede nei casi di gare per le mense nelle scuole o negli ospedali. Bisognerebbe che trattassero il prezzo della commissione applicata agli esercenti proprio con loro, anziché obbligarli a prendere o lasciare.
Bisognerebbe che le aziende facessero vertere le gare sulla qualità del servizio, salvaguardando il valore nominale del ticket. Bisognerebbe che il valore esentasse del buono pasto venisse aumentato ad almeno 10 euro. Bisognerebbe che gli esercenti esprimessero il loro gradimento verso le aziende corrette ed indicassero esplicitamente i nominativi di quelle che rimborsano male e in ritardo. Bisognerebbe. Se è vero che l’unione fa la forza, le cose potrebbero cambiare. A volte, basterebbe solo crederci un po’ di più.


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