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A tavola con i figli di Dolly

Grazie ad una direttiva europea sospesa per 5 anni la clonazione a fini alimentari

Ven 28 Gen 2011 | di Roberta Giaconi | Bruxelles

Era il 1997 quando gli scienziati annunciarono orgogliosi la nascita della pecora Dolly. Il primo animale clonato, vale a dire nato senza genitori veri, che doveva la sua esistenza a una cellula somatica adulta manipolata in laboratorio.
Poi passano gli anni, la tecnica progredisce, altri animali vengono clonati, fatti riprodurre e poi magari uccisi. Fino ad arrivare al dubbio di vederseli servire in un hamburger in un comune ristorante inglese.
Del resto nel Regno Unito è già successo. A luglio 2009 e a maggio 2010 due tori macellati, figli di una mucca clonata, sono stati immessi nel mercato inglese e consumati da ignoti compratori. E niente vieta l’importazione dall’estero, per esempio dagli Stati Uniti, di embrioni o sperma provenienti da animali clonati.
«Il caso inglese potrebbe non essere isolato. Ma non possiamo saperlo, visto che al momento non è possibile tracciare i cloni», commenta la relatrice del Parlamento europeo sull’argomento, la deputata olandese Kartika Liotard. Non c'è niente di illegale. L'attuale regolamentazione europea sui nuovi prodotti alimentari prevede che gli animali clonati possano essere utilizzati per gli alimenti soltanto dietro autorizzazione, ma non vieta in nessun modo l'uso diretto dei loro discendenti. Dietro l’insistenza del Parlamento europeo che voleva la messa al bando non soltanto degli animali clonati, ma anche della loro progenie per ogni uso alimentare, la Commissione, per voce di John Dalli, il commissario responsabile per la salute e la politica dei consumatori, ha proposto lo scorso ottobre una sospensione temporanea, per cinque anni, della clonazione animale a scopo alimentare nell’Unione Europea. Accettando quindi di bandire per il momento gli animali clonati, ma non i loro figli.
E non c’è dubbio che il problema si riproporrà ancora più forte tra pochi anni per far entrare in commercio anche carne e latte dei cloni. Finora non è verosimile che siano stati molti i cloni finiti sulle nostre tavole e non certo per ragioni etiche. Clonare animali è ancora molto costoso e solitamente viene fatto per motivi legati all'allevamento, più che per la macellazione destinata al cibo. Ci sono però sospetti che anche il latte di questi animali possa essere stato introdotto nella filiera alimentare britannica, così come già succede abitualmente negli Stati Uniti.
Sia chiaro subito: ad oggi non sembra esserci alcun rischio particolare per chi mangia animali clonati. Lo ha ribadito più volte Efsa, l’autorità europea che si occupa della sicurezza degli alimenti. «Non ci sono indicazioni sull’esistenza di differenze tra carni e latte dei cloni e della loro progenie rispetto a quella di altri animali nati nel modo tradizionale», si legge in un rapporto del settembre 2010.

Eppure restano molte le perplessità, a partire da quelle dei cittadini europei che, in un sondaggio del 2008 di Eurobarometro, si sono mostrati scettici sulla possibilità di vedersi offrire sugli scaffali del supermercato carne e latte provenienti da cloni. Paura, certo, per il cibo che troviamo sulle nostre tavole, ma quanto questi timori sono giustificati? «Negli animali clonati riscontriamo più patologie, malformazioni del feto, parti prematuri, perfino alterazioni dei profili ematici», protestano alcuni, mettendo avanti i dati sull’alto tasso di mortalità di mucche e maiali nati con le nuove tecniche. «Ma i discendenti dei cloni non hanno nessuno dei problemi dei genitori e possono essere tranquillamente mangiati», sostengono altri. L’argomento è delicato, perché a tratti sembra basarsi più su un’avversione etica alle nuove tecnologie che a una vera e propria analisi dei rischi sui consumatori. Tanto è vero che molti oppositori di questo tipo di alimenti si appigliano, per sostenere il proprio rifiuto, al benessere degli animali più che alla salute dell’uomo. Secondo un articolo del Wall Street Journal ad oggi l’allevamento di un animale clonato costa tra 15.000 e 20.000 dollari. Troppo per renderlo un mezzo di produzione di massa di carne. Ma con la tecnologia che avanza non è escluso che possa un giorno rivelarsi un modo per ridurre i costi della produzione alimentare. Gli allevatori negli Stati Uniti hanno già clonato diverse migliaia di mucche e maiali e, nel gennaio 2008, la Food and Drug Administration americana ha dato il via libera all’uso di animali clonati e dei loro discendenti per la filiera alimentare. Anche Argentina, Brasile, Giappone e Cina stanno già mostrando un grande interesse per le nuove tecniche. Le resistenze sono tante e forti davanti a un argomento così sensibile, potenzialmente pericoloso e ideologicamente controverso. Ma alcuni avanzano un dubbio: non c’è il pericolo che l’Europa si stia chiudendo una porta davanti senza neanche aver avuto il coraggio di aprirla?

 


PERICOLO NANOTECNOLOGIE
Un altro problema affrontato dal Parlamento europeo è quello delle sostanze prodotte dalle nanotecnologie, una pratica in costante aumento sul mercato alimentare. Consiste in una manipolazione degli alimenti di cui ancora non si conoscono le possibili conseguenze. Materiali mille volte più piccoli di un capello vengono immessi nel cibo per modificare sapore e colore, allungare la scadenza sugli scaffali facendoli resistere a calore e contaminazioni batteriche. Con un piccolo problema: le particelle sono sì molto piccole, ma possono essere comunque assorbite dal corpo umano e alcune potrebbero rivelarsi tossiche.

 


CONTROLLARE PRIMA DI VENDERE
Si parla di “nuovi prodotti alimentari” per indicare il cibo nato con nuovi processi tecnologici o di cui manca una tradizione di consumo nella Unione Europea. Nel 1997 in Europa è stata introdotta una regolamentazione per assicurare i controlli prima della vendita degli alimenti.

 


ESPERIMENTI
Per testare la presunta pericolosità dei cloni sull’organismo umano sono stati fatti diversi esperimenti. La carne dei bovini clonati è stata inserita al 5 e 10% nella dieta dei ratti. Non c’è stato nessun effetto negativo da registrare rispetto ai ratti nutriti con carne normale. Lo stesso esperimento, senza alcuna conseguenza, è stato fatto anche sui conigli durante la gestazione. Con un piccolo dettaglio: i conigli sono erbivori e non dovrebbero comunque mangiare carne, a prescindere dal fatto che provenga o meno da animali clonati.  


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