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06) Trepida attesa

Lei su un tavolo operatorio ed io fuori ad attendere il verdetto

Lun 28 Feb 2011 | di Luisella Balbinot | concorso iPad

Quando si deve andare a finire sotto i ferri c’è sempre da preoccuparsi. Quando poi si tratta di intervenire su un esserino di sei mesi, lo si è ancora di più. Sono autorizzata a tenerla in braccio dopo che le è stata praticata una leggera pre-anestesia. Il personale controlla, di tanto in tanto, se è giunto il momento di trasferirla in sala operatoria. La meno preoccupata di tutti è proprio lei.

«OK, è giunto il momento, lei aspetti qui», mi dice uno del personale mentre la piccola viene condotta in sala operatoria. «Stia tranquilla, vedrà che andrà tutto bene». Rimango leggermente basita a fissare quella porta di acciaio e vetri opachi. è come se mi avessero strappato qualcosa dall’interno del mio corpo. Non so stare ferma con le mani.

Decido di uscire per qualche minuto. Attraversando il corridoio per uscire dalla sala d’aspetto, vedo altre persone nelle mie stesse condizioni. «Il suo che problema ha?», «E la sua?», «La mia ha ingoiato un corpo estraneo», «Il mio ha un problema congenito all’anca», «Il mio purtroppo ha dei problemi agli occhi». «Scusi, ma la sua che problemi ha?». Sono presa in contropiede e la mia riservatezza non mi consente di parlare dei problemi della piccola. Balbetto qualcosa di incomprensibile, sotto lo sguardo meravigliato delle persone in attesa.

Guardo continuamente l’orologio. Ho dei sensi di colpa. Io qui fuori a passeggiare e respirare l’aria fresca di un limpido mattino di primavera e lei, la mia piccola di sei mesi, a soffrire su un tavolo operatorio. Contro la sua volontà e solo perché qualcuno ha deciso per lei. Che crudeltà! Dopo circa mezz’ora, decido di rientrare in sala d’attesa per chiedere a qualcuno del personale a che punto è l’intervento. Nessuno mi dà retta.

Dopo circa un quarto d’ora, che a me è sembrato un’eternità, dalla porta d’acciaio esce l’addetto con la piccola in braccio. Prima ancora che chiedesse del parente, urlo «Sono io, sono io, la dia a me! Come sta? Come è andata?». «Tutto bene, tutto bene», mi dice il veterinario che ha appena eseguito un intervento di sterilizzazione sulla mia piccola Kiwi, una cucciola di Jack Russel Terrier… «E, mi raccomando, deve tenere il collare ad imbuto per almeno tre o quattro giorni, per evitare che si tocchi la ferita… e poi deve somministrarle questo antibiotico».

Kiwi è quasi sveglia: la copro con un piccolo plaid. Quando è in forma, lei agita la coda come fosse un tergicristallo ogni volta che mi vede. Una volta a casa, si sdraia nella cuccia, mi guarda con occhi languidi, ancora inebetita dalla anestesia e muove la sua piccola coda una sola volta, lentamente, sul lato sinistro.

Per fortuna lei non sa di essere un cane.  

 
 
 
 

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