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Vento d’Africa

Rivoluzioni arabe e ipocrisie occidentali

Mar 29 Mar 2011 | di Armando Marino | Attualità
Foto di 7

 

All’indomani della caduta del Muro di Berlino, l’eminente studioso Francis Fukuyama scrisse un saggio in cui sosteneva che era “la fine della storia”. Nei successivi 20 anni ci sono state tre guerre importanti (le due del Golfo più l’Afghanistan), l’attacco alle Torri Gemelle e ora la rivoluzione del mondo arabo. Evidentemente, non sempre conoscere bene la storia aiuta a comprendere il presente. Ecco perché è difficile oggi capire se la tempesta che sta spazzando via i regimi decennali di Paesi come Libia, Tunisia ed Egitto e facendo tremare perfino i ricchi regni della penisola Saudita, corrisponda a una vera svolta di questa grande porzione del mondo islamico verso una democrazia compiuta. Si possono però fissare alcuni punti fermi.

Vicini e in rivolta, ma diversi
Le rivolte che agitano questi Paesi hanno un filo rosso che le accomuna, certamente. Nel caso della Libia, addirittura, è accertato che a dare manforte ai ribelli siano intervenuti anche “reduci” di piazza Tahrir, la piazza centrale del Cairo dove si è svolto il braccio di ferro che ha fatto franare il regime di Hosni Mubarak, un ex militare che aveva “regnato” tanto a lungo sull’Egitto da essere comunemente soprannominato come “il faraone”. In realtà però, Tripoli e Il Cairo sono molto diverse. L’Egitto è un Paese in cui la società ha solide e antiche basi, una lunghissima storia alle spalle, una popolazione di gran lunga superiore a quella dell’Italia e una classe media ben strutturata che è stata coinvolta in massa nella rivolta. Inoltre, i vertici dell’esercito egiziano sono stati addestrati negli Stati Uniti e hanno un forte legame con il mondo occidentale: nella società egiziana da sempre esercitano un ruolo centrale. Ma, mentre l’Egitto è un Paese con forti difficoltà economiche, la Libia è ricca, grazie al petrolio, anche se le élite legate alla tribù di Gheddafi stanno nettamente meglio del resto della popolazione. Il Paese è grande e in gran parte desertico, poco popolato e poco aperto all’Occidente. Ecco perché è più probabile che il futuro dell’Egitto si avvii in direzione del modello turco, una democrazia autoritaria in cui la componente islamica esercita un ruolo forte, mentre il futuro della Libia è molto più incerto e denso di ombre. Parlare dunque in generale di una democratizzazione di tutti questi Paesi in questo momento appare come un’approssimazione che non ha molto senso.

Donne e giovani in prima fila

è altrettanto certo che il risveglio di popoli, che per anni hanno subìto l’autoritarismo di regimi illiberali e corrotti, sia animato da una vasta partecipazione di componenti che potenzialmente potrebbero davvero cambiare faccia a questi Paesi. I giovani innanzitutto: collegati attraverso internet, e in particolare Facebook e Twitter, hanno avuto un ruolo rilevante nell’organizzare la mobilitazione di piazza. Anche se, ad esempio in Egitto, piazza Tahrir non avrebbe resistito così a lungo senza il supporto dei sindacati e dei Fratelli Musulmani, un’organizzazione islamica radicale fortemente radicata in buona parte del Nordafrica. E poi ci sono le donne: in Tunisia erano in prima fila in tutti i cortei, spavalde e determinate, quasi sempre senza il velo in testa. In altre regioni, come in Costa D’Avorio, dove il presidente che ha perso le elezioni rifiuta di andarsene, sono state le donne a scendere in piazza per cacciarlo e molte hanno dato la vita, perché il presidente uscente Gbagbo non ha esistato a far sparare su di loro. La forza d’urto della componente femminile su società in cui finora il ruolo della donna è stato poco visibile e tendenzialmente sottomesso non va sottovalutato. Certamente non lo fa il re dell’Arabia Saudita che, per cercare di calmare la rabbia popolare, ha tentato di blandirla concedendo il voto alle donne. Che nelle università saudite, nonostante le rigide regole islamiche, costituiscono la maggioranza degli iscritti. Queste componenti sociali aspirano a giocare un nuovo ruolo e sono insofferenti rispetto ad alcune limitazioni dettate dalla religione e dai regimi. E questo è un cambiamento che ha tutta l’aria di essere duraturo.

I legami con l’Occidente
Quando piazza Tahrir ha resistito alla violenza e ha continuato ad urlare la sua rabbia contro Mubarak chiedendogli a gran voce di andarsene, il presidente degli Stati Uniti si è fatto prendere dall’entusiasmo e dalla retorica, coniando una delle sue frasi a effetto fatte apposta per finire nei libri di storia: «La protesta resiste. Lì si fa la storia». Evidentemente, l’inquilino della Casa Bianca ha dimenticato che “il faraone” è stato il primo Capo di Stato a cui ha telefonato dopo il suo insediamento. 
L’America per anni ha versato all’Egitto aiuti militari e non stimati in 1,3 miliardi di dollari l’anno. Serviti a rinforzare l’esercito, laico e filo occidentale, e renderlo un bastione sicuro contro eventuali avanzate dell’integralismo islamico. Quel mare di denaro però ha anche alimentato una devastante corruzione del regime. Basti pensare che il solo Mubarak avrebbe accumulato un patrimonio personale stimato in 30-40 miliardi di dollari. Ma nessuno è innocente in questa storia. Italia inclusa. I nostri legami col regime di Gheddafi sono ormai decennali. Non c’è ministro degli Esteri che non abbia abbracciato il raìs libico, alimentando un odio amore tra i due Paesi che affonda le radici nella nefasta guerra coloniale combattuta dagli italiani in Libia nel 1911. La scena di Berlusconi che bacia la mano a Gheddafi e firma il trattato di amicizia italo-libico ha fatto il giro del mondo, ma è solo la punta dell’iceberg. Prodi ora corre a smarcarsi, ma, da presidente della Commissione europea, fu lui a sdoganare Gheddafi presso i capi di Stato di tutta Europa, una volta cessate le sanzioni internazionali imposte alla Libia. Eppure, già allora si sapeva che quello di Gheddafi era un regime dispostico e repressivo. L’Italia, come altri Paesi europei, ha preferito chiudere un occhio e in cambio ha fatto firmare ad aziende pubbliche come Eni e Finmeccanica e private come Impregilo contratti per appalti in Libia che valgono miliardi di euro. E ha aperto la porta agli investimenti del regime libico in aziende importanti, inclusa Unicredit, la prima banca del Paese. Ecco perché oggi Roma è in forte imbarazzo di fronte alla violenta repressione operata da Gheddafi.

Il futuro
Comunque vada a finire, questi Paesi difficilmente taglieranno i legami con l’Occidente. La Libia deve vendere il petrolio all’Europa per vivere e i ribelli hanno cercato di evitare accuratamente di danneggiare gli impianti petroliferi, pur attaccandone le difese per impadronirsene. L’Occidente alla fine farà di tutto per cercare sponde amiche in questi Paesi e c’è il rischio che proprio queste pressioni frenino il cambiamento. è chiaro che gli americani in Egitto preferiranno parlare con chi già conoscono, ovvero i militari. E lo stesso gli italiani in Libia. Anche perché c’è il rischio che, in una situazione di democrazia all’Occidentale, cioè con tutta la popolazione che va al voto, il potere finisca nelle mani degli integralisti islamici, come è successo in passato nei Territori palestinesi e in Algeria. L’influsso culturale dell’Occidente ha contribuito a scardinare i regimi, i suoi interessi economici e il cinismo dei governi probabilmente rallenterà il cambiamento. è uno dei tanti paradossi della storia.

 


MAROCCO
Monarchia costituzionale con 31,9 milioni di abitanti. 
Leader: il re MOHAMMED VI, in carica dal 1999
Capitale: Rabat
Tra tutti i Paesi dell'area è quello in cui l'onda d'urto della richiesta di democrazia e sviluppo ha avuto un impatto minore. Re Mohammed VI aveva già spinto il Paese verso un'impostazione più moderna ed efficiente, premendo per l'apertura ai capitali stranieri e al turismo. E infatti le manifestazioni di protesta sono state pacifiche e mai dirette contro il Sovrano. Che a seguito dei cortei, ha anche annunciato una profonda riforma costituzionale.


ALGERIA
Repubblica con 34,9 milioni di abitanti. 
Leader: il presidente Abdelaziz Bouteflika in carica dal 1999
Capitale: Algeri, 2,7 milioni di abitanti
Anche se il governo ha appena dichiarato cessato lo stato di emergenza derivato la tensione non è svanita. Negli anni 90 il Paese è stato insanguinato dalla guerra civile nata quando i partiti islamici hanno vinto le elezioni e l’esercito, per impedire che potessero cambiare la costituzione, ha attuato un colpo di Stato. Anche se le stragi sono cessate, lo scontro sociale resta forte. E se l’Algeria piombasse nel caos, l’Italia rischierebbe di perdere un’altra fondamentale fonte di approvvigionamento energetico.


LIBIA
Regime autoritario con 6,6 milioni di abitanti
Leader: Muammar Abu Minyar al-QADHAFI, non ha cariche ufficiali ma governa dal 1969
Capitale: Tripoli, 1,1 milioni di abitanti
Portato al potere dal colpo di Stato che nel '69 ha scalzato la monarchia dei Senoussi, non senza il beneplacito dell'Italia, Gheddafi ha impostato un regime "rivoluzionario", in realtà basato sull'autoritarismo e su un precario patto tra le varie tribù in cui è diviso il Paese. L'origine della crisi libica è certamente più oscura di quella degli altri Paesi. Certamente c'era una richiesta di più democrazia e meno corruzione (si dice che il raěs abbia accumulato all'estero 40 miliardi di euro), ma c'è anche chi non esclude interessi di Paesi stranieri o delle compagnie petrolifere dietro al caos in cui è piombata Tripoli.


TUNISIA
Repubblica con 10,6 milioni di abitanti
Leader: Il presidente Zine el Abidine BEN ALI è stato cacciato, in carica un governo provvisorio.
Capitale: Tunisi 760.000 abitanti
Il presidente Ben Alì, salito al potere dopo un colpo di Stato appoggiato tra gli altri dall’Italia, era al potere ininterrottamente dal 1987. A gennaio però  la piazza tunisina è stata la prima a ribellarsi e a rovesciare un regime corrotto e incapace di affrontare i problemi economici del Paese. Il futuro della Tunisia ora è incerto, ma tra i Paesi del Maghreb è quello in cui i costumi sono meno radicalizzati e legati all’Islam ed è forte anche il legame con Francia e Italia.


EGITTO
Repubblica con 82 milioni di abitanti. 
Leader: Governo provvisorio. Hosni Mubarak, in carica per quasi 30 anni, è stato cacciato a febbraio
Capitale: Il Cairo, 10,9 milioni di abitanti
Il potere del presidente Mubarak, pur essendo confermato dalle elezioni, era così indiscusso e durava da così tanto tempo da guadagnargli il soprannome di “Faraone”. L’Occidente se lo è coltivato come alleato, ma intanto il Paese sprofondava nella corruzione. Mubarak avrebbe accumulato una fortuna di decine di miliardi all’estero. E se la piazza non si fosse sollevata, probabilmente gli sarebbe succeduto il figlio Ghamal, proprio come in una monarchia. Ora però il futuro dell’Egitto, e con esso quello di uno snodo fondamentale per l’Occidente come il canale di Suez, è denso di incognite. Chi lo governerà: i giovani di piazza Tahrir o gli integralisti musulmani?


LIBANO
Repubblica con 4,1 milioni di abitanti
Leader: Sa'ad al-Din al-HARIRI dal 2009
Capitale: Beirut, 1,9 milioni di abitanti
Per secoli è stato un pacifico crogiolo di religioni, ma poi anche qui sono esplose le tensioni. Attualmente nel Paese c'è una missione di pace internazionale in corso e forti tensioni legate all'influenza siriana sul movimento islamico Hezbollah, che ha un forte peso politico e militare. Anche qui ci sono forti tensioni al confine con Israele. 

GIORDANIA
Monarchia costituzionale con 6,5 milioni di abitanti
Leader: re ABDALLAH II dal 1999
Capitale: Amman 1,1 milioni di abitanti Il re è generalmente ancora benvoluto, ma più criticato di quello del Marocco, ad esempio per lo stile di vita lussuoso della moglie, la bellissima Rania di Giordania. Il piccolo Stato si trova in una situazione delicata, anche per la pressione che gli deriva dall'essere confinante con le zone abitate dai palestinesi.


YEMEN
Repubblica con 24,1 milioni di abitanti
Leader: President Ali Abdallah SALEH in carica dal 1990
Capitale: Sanaa, 2,2 milioni di abitanti
Per anni ha funzionato il difficile equilibrio tra le varie tribù. I rapimenti di turisti occidentali sono stati a lungo un rito, l’espressione quasi inoffensiva del disagio provocato da questa o quella tribù. Negli ultimi anni l'influenza di Al Qaida ha reso più tesa la situazione e la leadership del Paese è stata messa in discussione da accese manifestazioni. Il presidente Saleh ha annunciato riforme costituzionali.


ARABIA SAUDITA
Monarchia con 26,1 milioni di abitanti
Leader: re ABDALLAH bin Abd al-Aziz Al Saud in carica dal 2005
Capitale: Riad, 4,7 milioni di abitanti
Retto da una monarchia vecchio stile dall’impronta islamica, ma di una corrente, la wahabita, diversa da quella sciita dell’Iran. L’Arabia saudita è il fronte più delicato per l’Occidente. Re Abdallah è un alleato di ferro dell’America, ma è vecchio e malato e la popolazione è sempre più insofferente verso l’autoritarismo del regime, nonostante il diffuso benessere legato al fatto che è il Paese con le più importanti riserve petrolifere del mondo. Dopo lo scoppio della crisi libica sono stati i sauditi a decidere di aumentare le esportazioni per frenare la corsa del prezzo del greggio.Se scoppiasse il caos, si potrebbero avverare le più fosche previsioni degli economisti: c’è chi teme addirittura un raddoppio del prezzo del petrolio. 


IRAN
Repubblica teocratica islamica con 77 milioni di abitanti
Leader: Ali Hoseini-KHAMENEI, leader religioso, dal 1989, e Mahmud AHMADI-NEJAD, leader politico in carica dal 2005
Capitale: Teheran, 7,2 milioni di abitanti
Dopo la cacciata dello Scià nel 1979 il Paese è governato dall’autorità carismatica di una casta religiosa, gli ayatollah, che impongono costumi severi mal sopportati dalle giovani generazioni. Un movimento di protesta, l’Onda verde, è stato represso nel sangue e i leader sono finiti agli arresti. L’Occidente teme particolarmente Teheran per le sue minacce a Israele e perché teme che il programma di energia nucleare civile che sta sviluppando possa coprire l’aspirazione a dotarsi di armi atomiche. Il governo iraniano si trova ora in una situazione ambigua: fomenta le rivoluzioni che abbattono i regimi occidentali, ma rischia così di trovarsi la rivoluzione in casa.

 




I PAPERONI DEL PETROLIO
Stima delle ricchezze possedute da re e dittatori dell’Africa del nord e del Medio Oriente (ricchezze presunte)

Mu'ammar Gheddafi (Libia) Miliardi di euro


tra 30 e 85 
Hosni Mubarak (Egitto) tra 30 e 50
Abdelaziz Bouteflika (Algeria) 21
Haji Hassanal Bolkiah (Brunei) 15,5
Khalifa Bin Zayed Al Nahyan (Abu Dabi) 14,8
Abdullah Bin Abdulaziz (Arabia Saudita) 13,4
Mohammed Bin Rashid Al Maktoum (Dubai) 11,3
Ben Alì (Tunisia) 3,6
Mohammed VI (Marocco)

1,8



 

 

 

 

 

 



 

...E altri ricchi del mondo
Secondo la rivista statunitense Forbes (ricchezze ufficiali)

 

 

Miliardi di euro

L'uomo più ricco del mondo

Carlos Slim  Helú (Messico)

52,3

Il 2° più ricco del mondo

Bill  Gates (USA)

39,6

Il più ricco d'Europa (4°)

Bernard Arnault (Francia)

29,0

Il più ricco d'Italia (32°)

Michele Ferrero

18,0

Il 2° più ricco d'Italia (71°)

Leonardo Del Vecchio

7,8

Il 3° più ricco d'Italia (118°)

Silvio Berlusconi

5,5

 

 


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