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Strage delle api

Il 40% degli alveari italiani è sparito in pochi mesi. Colpa dei pesticidi. Parte la battaglia per salvarle

Gio 23 Apr 2009 | di Maurizio Targa | Ambiente

Rischiamo di “suicidare” la capacità di fruttificare e di rigenerarsi della Terra? Il caso ha tutti gli elementi di un giallo: abbiamo vittime, arma del delitto, indiziato. E le vittime sono miliardi, il movente i soliti soldi, in barba alle leggi della natura. A soccombere in questo genocidio sono le api. Il danno è incalcolabile, i piccoli insetti sono sì i simpatici produttori di miele, ma sono soprattutto i responsabili primari della sessualità nelle piante. Proprio così: l’insetto volando di fiore in fiore, come si spiegava una volta ai bambini approcciando i temi della riproduzione sessuata, s’impolvera le zampette di grani di polline andando a fecondare la pianta successiva, permettendo così la perpetuazione della specie, e tutto ciò avviene nell’80% dei casi per la riproduzione vegetale.

 

A RISCHIO LA FERTILITÀ DEL PIANETA
La loro possibile sparizione non riguarda quindi solo apicoltori e ghiottoni: può mettere a rischio l’intero ecosistema, fino a conseguenze catastrofiche anche per l’uomo. Rischiamo di rendere sterile il pianeta. Nel 2006 negli Stati Uniti è partito l'allarme per la diminuzione di api dal 30 al 50 per cento. In Cina c'è già chi è costretto a impollinare gli alberi da frutto con il pennellino, dovendo mettere il polline manualmente nei fiori. Da noi gli alveari italiani nel corso dell’ultimo anno si sono quasi dimezzati: le bottinatrici, così sono chiamate le adulte dedite alla ricerca del polline, dell’acqua e del propoli, o non hanno fatto ritorno all’alveare o sono morte subito dopo la raccolta. Una strage per miliardi di Cupido della perpetuazione della vita. Vittima è anche la fertilità di uomini e donne

 

COLTURE A RITMI ESASPERANTI
Quali le cause? «L’esasperata ricerca di aumento della produzione dell’energia primaria, il cibo - spiega ad Acqua & Sapone il dottor Francesco Panella, presidente dell’Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani - oggi il ciclo riproduttivo della natura e le tecniche per la coltivazione della terra, la cui sintonia ha garantito prosperità all’uomo per secoli, non vanno più d’accordo. I campi sono diventati un laboratorio chimico – prosegue Panella –, l’avvicendamento delle colture, il sapere contadino vecchio di millenni è tutto in soffitta: mais e soia crescono ogni anno, e in modo sempre più intensivo, nello stesso campo». È la cosiddetta monocoltura in successione, al posto della vecchia e intelligente rotazione e, per poter perpetuare questo attentato alla fertilità della terra e alla salute delle piante, è d’obbligo l’utilizzo sistematico e crescente di una chimica sempre più aggressiva e pervasiva, con tutti i relativi effetti collaterali. Nei primi mesi del 2008, in concomitanza con la semina del mais, si è verificato l’evento più intenso di moria delle api, specialmente nel nord Italia. Perché? Da anni il mais non è più seminato al naturale, ma viene “conciato”, ovvero impolverato con un antiparassitario (tecnicamente un neonicotinoide) che dovrebbe difendere il seme, ma entra e permane nella linfa per tutto il suo ciclo vitale. Una pellicola mortale per gli animaletti che vi entrano in contatto.

 

SOSTANZE CHIMICHE KILLER
La pianta stessa diviene quindi velenosa ed esplica in tutte le sue parti azione mortale su tutti gli insetti che la avvicinano. I nicotinoidi sono dei pesticidi derivati, come dice il termine stesso, dalla nicotina. Ma le api sono insetti volanti, non di terra: come possono venire a contatto col farmaco se questo è nel seme, nel terreno? «Le seminatrici automatiche – risponde il dott. Panella – nell’atto della semina dei grani di mais sfarinano quella guaina rossa che incamicia i semi spargendo il micidiale pulviscolo. Questo si deposita su fiori e piante, contamina le gocce di rugiada ed il gioco è fatto: l’ape lo assorbe». L’effetto del farmaco è quello di attaccare l’apparato neurovegetativo dell’insetto, che perde il controllo del sistema nervoso e muore tra spasmi atroci. Analisi sono state commissionate da istituti scientifici privati e pubblici e, in particolare, il responso dell’Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia è stato inequivocabile: oltre il 50% delle api morte riportavano quantità di neonicotinoidi incompatibili con la sopravvivenza dell’insetto e l’Assessorato stesso ha certificato il nesso causale tra la moria e l’uso di questo tipo di pesticida. Una recente indagine scientifica del prof. Vincenzo Girolami della Università di Padova, dimostra che l'allarme è ancora più grave: le api muoiono non solo per i neonicotinoidi dispersi al momento della semina, ma anche bevendo l'acqua dalle piantine generate dai semi trattati con quei pesticidi. In due minuti restano stecchite.

 

VELENI CHE NON SALVANO LE PIANTE
Ma almeno, i prodotti ammazza-insetti aiutano il granturco? Ciliegina sulla torta, la concia con neonicotinoidi sarebbe, a parere dell’autorevole Servizio fitosanitario della Regione Piemonte, superflua se non inutile per difendere effettivamente le piantine di mais, nella gran maggioranza dei casi. Uno studio del massimo esperto in materia, il prof. Furlan dell'Università di Padova, afferma che queste strategie di trattamento – la “concia” dei semi, che oggi riguarda il 70% delle sementi vendute in Italia - «sono inutili nel contenimento della Diabrotica (l'insetto più dannoso per il mais, ndr)  e nei programmi di eridacazione». Insomma, non fanno fuori né gli scomodi insetti né le “erbacce”. In Europa noi italiani siamo i primi utilizzatori di mais, i secondi per uso di fitofarmaci...

 

IL MINISTRO APICOLTORE VIETA QUEI PESTICIDI. I PRODUTTORI NEGANO
Una volta tanto, l’allarme non è stato lanciato invano. Il Ministro delle Politiche agricole e forestali Luca Zaia, che è apicoltore, ha accolto con un decreto la richiesta formulata dalle Regioni, capeggiate dall’Emilia-Romagna, sospendendo lo scorso settembre l’autorizzazione d’uso di questi pesticidi per il mais. Contro tale decreto era stato presentato ricorso dai colossi farmaceutici Bayer, Syngenta e BASF: il Consiglio di Stato lo ha respinto, ma era solo un giudizio di congruità formale. La battaglia vera fra api e colossi dell’agrochimica verrà combattuta di fronte al Tar del Lazio, quando il giudizio sarà di merito, cioè valuterà i contenuti della questione. I produttori di pesticidi con neonicotinoidi cercheranno di dimostrare che essi sono innocui, mentre gli apicoltori, oltre a riproporre le prove scientifiche raccolte che inchioderebbero i killer delle api, potranno dimostrare anche gli altri effetti “cronici” che da tempo denunciano. E la lotta si annuncia durissima: l'Italia è il secondo Paese europeo per uso di prodotti chimici per l'agricoltura.                                   

 

Allarme medico: «quei veleni causano infertilità in uomini e donne»
Terra ad alta vocazione orticola, l’Agro pontino, in provincia di Latina,  è uno dei posti a più alta concentrazione di serre in Italia. Lì emerge un dato terrificante: chi lavora alle serre perde il 50% della capacità riproduttiva. Il pesticida a base di neonicotinoide si radica nei testicoli di chi vi è a contatto, e li rende sterili. «I test – spiega il dottor Igino Mendìco, direttore del Dipartimento di prevenzione della AUSL di Latina - sono stati svolti su un campione di 93 serre dislocate tra Aprilia e Fondi, coinvolgendo 200 uomini e 200 donne in età fertile, rapportandoli ad altrettanti soggetti che svolgessero mansioni differenti. La capacità riproduttiva dei primi – afferma il medico - è risultata inferiore del 50% per i maschi, mentre le donne hanno evidenziato in misura doppia problemi come ritardi mestruali, ritardo del concepimento o disturbi nell’ovulazione». Dunque anche l'utero nel mirino di quei veleni. Sono più che raddoppiati i tempi di attesa prima di rimanere incinta, ovvero da quando una coppia decide di concepire interrompendo eventuali metodi anticoncezionali, sino al concepimento effettivo.


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