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Danny Boyle: In india tutto è eccessivo

Il regista di trainspotting, dopo il trionfo del film “THE MILLIONAIRE”, comincia a lavorare per James Bond

Sab 11 Apr 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive

Dieci nomination e otto Oscar. Quasi l’en plein. E pensare che, quando lo abbiamo incontrato, Danny Boyle, faccia incredula già per il successo americano della pellicola (partì con 10 copie, decine di migliaia di dollari di media a proiezione), si augurava «di avere almeno una nomination». Lo diceva con quella faccia divertita e furbetta che si porta dietro, da travet che si è ritrovato a fare il lavoro più bello del mondo e sa di  aver vinto alla lotteria. Da incredulo spettatore di un successo che, forse, sa essere sottovalutato e sopravvalutato (non è un maestro come i suoi ammiratori sostengono, non è un incapace come sostengono i suoi detrattori, è uno che regala cult), da tignoso figlio di immigrati irlandesi che ha prima conquistato il mondo del teatro (già a 18 anni di fatto ne dirigeva uno), poi quello della televisione e infine, da quindici anni a questa parte, quello del cinema. “Trainspotting” l’ha lanciato, “28 giorni dopo” l’ha reso una macchina da soldi, la navetta Icarus di “Sunshine” ha rischiato di squagliarlo, ora “The millionaire” l’ha fatto diventare il regista più conteso di Hollywood. Lui, uno dei primi europei a conquistarla e ad esserne bruciato, ora deve decidere tra almeno 10 progetti, tra cui il prossimo James Bond. Ma sogna un film sul calcio e, anche se non lo dice, di tornare a lavorare con il suo primo (e unico) attore feticcio, Ewan McGregor (protagonista, tra gli altri, di “Trainspotting” e “Moulin Rouge”). Danny è così: abile e talentuoso, ma anche un ragazzaccio di Manchester con cui divideresti volentieri una birra.
L’America l’ha incoronata, ma anche l’Italia l’ha amata tantissimo. Il suo film, costato 15 milioni di dollari, è già a 150 di incassi. E non si ferma.
«E ne sono felicissimo, l’Italia è stata fondamentale, primo paese europeo ad accogliere il mio film. E poi non vi ringrazierò mai abbastanza per averci dato Fabio Capello (ct dell’Inghilterra - ndr), che sta facendo benissimo. Scherzi a parte amo molto Rossellini e De Sica e non vedo l’ora di vedere Gomorra, quindi avervi conquistato per me è davvero motivo d’orgoglio».
Nella sua cinematografia continua a cambiare generi e soluzioni visive e narrative.
«Sono convinto che i primi film dei grandi registi siano i loro migliori. Penso a Steven Soderbergh e al suo “Sesso, bugie e videotape” oppure a “Sangue facile” dei fratelli Coen, pellicole eccezionali. C’è più entusiasmo, originalità, potenza visiva in quelle pellicole. E così cambiando sempre “campo” io tento sempre di esordire ogni volta. Anzi, io farei proprio un festival dedicato solo alle opere prime».
La sua carriera, anche per questo, sembra essere passata sulle montagne russe.
«È vero. Quando ci penso, scopro che i miei fallimenti più clamorosi, secondo critica e parte del pubblico, alla fine non sono stati tali. “The beach”, pur tra mille difficoltà, ha avuto il suo perché, commerciale e artistico. “Sunshine” allo stesso modo ha molti ammiratori, così come non mancano i detrattori. Per dirti, il film con Di Caprio e Virgine Ledoyen è quasi un mantra per i viaggiatori che zaino in spalla si spingono in vacanze estreme e molti appassionati di fantascienza amano “Sunshine”. La verità è che il tuo film deve piacere prima di tutto a te; se pensi al pubblico, ai critici, non vai da nessuna parte».
Danny, una parola per l’inferno di Mumbai. L’esplosione del suo successo è coinciso con i terribili attentati che hanno devastato la città più rappresentativa dell’India.
«è terribile quello che è successo, l’India - da vecchio punk mi scoccia dare ragione a quegli hippy dei Beatles - è un posto stupendo, che ti cambia la vita. è tanto straordinario che tutto è eccessivo, dall’amore, come nel mio film, alla violenza, come in questi attacchi terroristici. Tutti coloro che hanno lavorato al film stanno bene, li ho sentiti in quei giorni, ma siamo rimasti sconvolti dalle immagini di devastazione di Victoria Station, location clou della nostra pellicola dove abbiamo fatto anche il numero di ballo dei titoli di coda. Ma è una città forte, piena di risorse, e so che saprà risollevarsi».
Che impressione le ha lasciato l’India?
«L’India è qualcosa che ti rimane dentro e non esce più. Grande povertà ed enormi ricchezze, contraddizioni a gogo che devi imparare ad abbracciare tutte insieme, proprio come accade lì: gli slum, i sobborghi sono vicini al centro opulento di Mumbai, sono capaci di convivere, anche urbanisticamente. Bisogna spogliarsi della mentalità occidentale, smettere di usare le nostre categorie ed etichette. Una cosa che ho imparato subito, per esempio, è che non potevo avere il controllo di tutto. Anzi, a dirla tutta, era impossibile averlo di qualcosa. Ma come per magia, alla fine tutto andava come doveva. È un luogo magico, nel bene e nel male».
Magico come la musica del film. E lei, si sa, alle colonne sonore regala sempre un posto di primo piano.
«A.R. Rahan (premiato anche lui con l’Oscar per la musica migliore - ndr) è un grandissimo della musica indiana, una star da milioni di copie, che ferma il traffico per quanto è famoso. Uno che è rimasto umile, pur essendo famoso come lo era Michael Jackson. E per me è stato un onore la sua collaborazione: tra coreografie e commistione tra generi ha fatto un capolavoro. Ha mischiato hip hop e Bollywood, con la sola garanzia che la musica si sentisse fortissima. Ma questo è la dimostrazione di ciò che ti può dare l’India, incontri speciali come questo».
Perché ha scelto un gioco a quiz come centro del film?
«Godard diceva che per un buon film ci vuole una donna e una pistola. A noi le armi non piacciono (anche se qui ci sono e vengono usate) e allora le sostituiamo con una montagna di soldi. Scherzi a parte, mi sembrava molto bello realizzare l’ennesima contraddizione: un melodramma in cui maltrattamenti ai bambini, miseria, ingiustizie si unissero a questa festa pacchiana e a questa ricchezza assurda».
Che consiglio darebbe a giovani aspiranti registi?
«Non perdere mai di freschezza, di naturalezza, di forza espressiva. Non permettere mai che questo lavoro diventi mestiere. Per divertire devi soprattutto divertirti e per me è sempre stato così, anche nei momenti più difficili, più complicati».
Un’ultima curiosità, vista la sua passione farà un film sul calcio?
«Magari, ma nulla è più difficile da filmare di una partita di football. Certo, se tutto andrà bene e noi, Italia e Inghilterra, saremo insieme al mondiale, magari potrei fare qualcosa per Sud Africa 2012. Sarebbe la mia opera più difficile, ma andrebbe fatta: il calcio è meraviglioso, unisce il mondo».


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