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A tempo indeterminato

Ma è davvero l’epoca dei cattivi genitori?

Gio 23 Giu 2011 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

“Di materno avevo solo il latte”, “SOS mamma, tanti consigli di salvezza per mamme stressate”, “La stagione delle cattive madri” e “Le madri cattive”. Ecco una piccola selezione dei titoli di uscita più o meno recente che ho avvistato in libreria. D’accordo, c’era anche “L’uomo che non voleva essere padre”, ma non volevo farne una questione di genere. Semplicemente, come non restare colpiti da una simile valanga di negatività letteraria verso l’essere genitori? Come se d’improvviso fosse diventato il mestiere più difficile del mondo. D’accordo, la paga è bassa, praticamente non ci sono ferie e contributi, ma almeno il contratto è a tempo indeterminato… Meglio prenderla con ironia. Si potrebbero spendere pagine di sociologia sulla luce obliqua che negli ultimi tempi viene proiettata sull’essere madri e padri. Ovviamente anche io ho avuto i miei momenti difficili con le mie due piccole pesti. Gestire la fase dell’aggressività e della ribellione all’autorità, ad esempio, è una battaglia snervante. E quando si ammalano… quante paure. Ma almeno fin qui il bilancio tra gioie e dolori resta più che largamente positivo.

Naturalmente i succitati sociologi potranno dire che non siamo tutti uguali, nel senso che c’è chi è più attrezzato psicologicamente verso la maternità e chi lo è meno, come c’è chi si muove agilmente tra i numeri e chi invece, come me, considera la matematica un pianeta ostile. Oppure si possono rispolverare le filippiche moralistiche sull’edonismo imperante, sull’individualismo, la voglia di compiacere a tutti i costi i propri desideri tentando di schivare i doveri. Ma davvero queste analisi bastano a spiegare perché oggi siamo accusati di essere madri e padri peggiori di un tempo, al punto che, come testimoniano quei libri e il basso tasso di natalità, in tanti si ritirano dalla sfida senza averla mai nemmeno iniziata, senza nemmeno provare cosa vuol dire allevare un figlio? Di sicuro la genitorialità si trova sottoposta a uno scrutinio inedito, un esame severo da parte dell’opinione pubblica, mai così critica verso il modo in cui la nostra generazione interpreta il ruolo di padre e di madre. Mettiamo da parte però i casi estremi, quelle mamme che vanno fuori di testa e abbandonano i figli o peggio, li fanno fuori. Colpisce però che, fino al maggio scorso, negli ultimi dieci anni la cronaca abbia registrato un paio di casi (uno famoso a Catania) di genitori che dimenticano il figlio in macchina talmente a lungo da provocarne la morte. A fine maggio invece ci sono stati tre episodi in una settimana e due, quello di Perugia e l’altro a Teramo, hanno condotto a una fine atroce i bambini coinvolti. è stato detto di tutto su questi episodi, non mi sembra il caso di aggiungere altro. Mi colpisce però l’aura di comprensione che ha avvolto le persone coinvolte in queste vicende. A Teramo è stata la stessa madre della bimba di 22 mesi morta a giustificare il marito parlando davanti a una telecamera. Ma anche in Rete, curiosando tra i commenti nei forum femminili, ho trovato soprattutto pacche sulle spalle e abbracci diretti ai genitori distrutti da questi blackout mentali che appaiono così difficili da comprendere.

Il nostro rapporto psicologico con i figli è sicuramente una delle questioni che merita di essere approfondita. Ma la prima sensazione di fronte all’ondata di comprensione per i genitori così irreparabilmente “sbadati”, è che ci rendiamo tutti conto di quanto sia stressante la vita nelle città di questi tempi. Abbiamo tutti la testa piena di impegni e di pensieri. O perché viviamo difficoltà economiche o perché c’è un tale clima di incertezza che non ci sentiamo sicuri di ciò che abbiamo. In più la nostra società è assai poco a misura di genitori: l’Italia investe solo l’1,4% della propria ricchezza per il welfare destinato alle famiglie con bambini, contro il 2,25% della media dei Paesi Ocse. Questo perché da sempre c’è l’idea che la famiglia debba arrangiarsi da sé. Un carico emotivo che può arrivare a schiacciarci. Al punto da farci dimenticare della famiglia stessa.


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