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Economia a due velocità

L’Australia alle prese con i suoi 20milioni di abitanti: troppi o troppo pochi?

Mar 23 Ago 2011 | di Roberta Giaconi | Australia

Qual è il numero ideale di abitanti per un paese? Se lo chiede da tempo l’Australia, alle prese con i suoi stentati venti milioni di cittadini.
Troppo pochi per sostenere le esigenze del boom minerario, ma adeguati all’utopia di garantire lavoro e welfare a tutti.
Non è un caso se gli australiani sono tra i più contrari a quella “Big Australia” Policy che l’ex primo ministro Kevin Rudd aveva invano tentato di rendere più attraente. Le previsioni del suo governo parlavano di oltre 35 milioni di abitanti nel 2050. «Dobbiamo pensare alla nostra sicurezza nazionale nel lungo termine e a quella della nostra economia», diceva Rudd.
Le polemiche furono subito furiose, forti. E una delle prime azioni del suo successore, il primo Ministro Julia Gillard, in carica dal giugno 2010, fu proprio di manifestare il proprio scetticismo sul piano di aumento della popolazione. Andava fermato, secondo lei, a costo di ridurre le quote di immigrazione nel paese. «Io sostengo un numero che sia adeguato per il nostro ambiente, la nostra acqua, la terra, le strade e le autostrade... -  aveva sostenuto, forse temporaneamente dimenticando di essere lei stessa nata in Galles e arrivata in Australia da bambina -.
Voglio essere certa che ogni australiano in grado di lavorare, lavori», aveva affermato. Ma non si tratta soltanto di volontà politica. Per capire il dilemma bisogna conoscere un po’ meglio il funzionamento dell’economia australiana negli ultimi anni. In molti parlano di un’economia “a due velocità”: da una parte c’è il boom minerario, affamato di manodopera qualificata che l’Australia da sola non riesce a garantire. I proventi sono altissimi, ma beneficiano soltanto determinati settori dell’economia e quegli stati, come il Queensland e il Western Australia, in cui si concentrano le risorse. Dall’altra parte c’è il resto dell’Australia, colpito dalle conseguenze di quel boom: l’aumento dei tassi di interesse e del valore del dollaro, il costo della vita che continua a salire, un accenno di disoccupazione. Se la popolazione aumenta, accusano in molti, la situazione per gli australiani peggiorerà. Ci saranno meno fondi per aiutare chi ne ha bisogno, il lavoro non sarà più garantito e i prezzi delle case, già molto alti, potrebbero salire ulteriormente. Anche perché i migranti finiscono spesso per concentrarsi nelle aree già troppo densamente abitate, evitando le zone inospitali nel centro e nel nord del paese: basti pensare che ormai un bilocale nel centro di Melbourne può arrivare a costare oltre 400.000 dollari. Troppo, si lamentano gli australiani.
Sembra quasi un tradimento per un paese che è nato e cresciuto con l’immigrazione: soltanto nel 1968 gli abitanti erano 12 milioni e si stima che entro il 2025 il 50% della popolazione sarà figlia di migranti. Già dal censimento del 2006 era chiaro come il 40% degli australiani fosse nato all’estero o in Australia da almeno un genitore straniero. In quindici anni le famiglie di australiani puri saranno una minoranza, ha aggiunto qualche tempo fa una ricerca di MacroPlan, una società di consulenza demografica.
E allora?
Gli australiani potranno sempre consolarsi guardandosi intorno: la Cina ha un’area di 9 milioni di km quadrati, contro i 7 milioni dell’Australia; ma in quello spazio vivono oltre 1 miliardo di abitanti e, in confronto, le paure dei 22 milioni di australiani fanno sorridere. 


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