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Rosario Dawson: semplicità, dote rara

Perchè la vita va rispettata, sempre, secondo Rosario

Mer 01 Apr 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
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Un sorriso così aperto, così giocoso e sincero normalmente non si vede stampato sul viso di una star di Hollywood.
Rosario  Dawson, che è una che si è messa sulle spalle vita e carriera e da 14 anni fa ottimi film con grandi registi, cerca continuamente la complicità di chi sente vicino, di chi, forse, la pensa come lei o per lo meno capisce il suo modo di vivere e agire. L’infanzia e l’adolescenza a Manhattan possono fuorviare: i genitori, pur essendo ottimi professionisti, non se la sono sempre passata bene. E quella sua allegria, la tendenza all’empatia, è il dono che quei sacrifici di allora le hanno dato: saper apprezzare tutto, anche quando è poco, vivere “al massimo e generosamente, in tutti i sensi”. Maestri come Spike Lee, Quentin Tarantino e Oliver Stone sono rimasti conquistati dalla sua grinta, dalla sua abnegazione, dalla capacità di sentire il personaggio e riviverlo. E questo talento si è espresso al suo apice nell’interessante, seppur discontinuo, “Sette anime” (presto in dvd) di Gabriele Muccino, secondo grande successo americano del regista romano. È la storia di un uomo che causa la morte della donna che ama e anche di una famiglia su un minivan. La sua vita è distrutta e pianifica la sua auto-vendetta, la sua punizione-espiazione con lucida follia, in un melodramma d’amore e morte che arriva fino alle conseguenze più estreme. Lui è Will Smith che divide la scena, appunto, con Rosario Dawson, che rischia di morire per un trapianto di cuore quasi impossibile. Lui è la morte che cammina, lei la vita che vorrebbe correre. Con Rosario è impossibile non parlare del film. «Perché così posso parlare di me, in questa pellicola c’è tutto. Di me e dell’umanità».
Lei è entusiasta di questo personaggio. Come mai?
«Mi sono innamorata subito del personaggio di Emily e, man mano che la “conoscevo”, questo sentimento cresceva sempre di più. Ho studiato a lungo le patologie cardiache di cui lei è affetta, così come il funzionamento delle antiche macchine per la stampa in rilievo che usa. Ma per una volta, la malattia è un background, un dettaglio come il suo lavoro. Il focus è su questa donna che può morire da un momento all’altro, ma non è mai diventata cattiva, meschina, depressa o morbosa, come capita a molti nella sua condizione, ma vive al massimo perché non sa, ogni mattina che si sveglia, se sarà l’ultima. E questo le dà una dolcezza, una sensualità tutta particolare: perché guarda la vita e gli altri in faccia, dicendo cosa vuole e cercando di ottenerlo. C’è amore in lei, mai odio, nonostante tutta la sua sofferenza. Al contrario di Ben, che controlla la sua vita, e quelle altrui, fino al sacrificio estremo, Emily si lascia andare».
Qui si parla di molti temi sensibili. Uno di questi è la donazione degli organi. Lei che posizione ha in merito?
«Amici, parenti, sconosciuti possono vivere grazie alla tua morte. È qualcosa di straordinario. Bisogna vivere a pieno, qualsiasi ferita possa esserti stata inflitta e non sentirsi mai un dio che possa decidere delle vite altrui, anche a fin di bene come fa Ben. La vita va rispettata, sempre. Questo è un film e porta questo messaggio all’estremo: non c’è realismo, ma uno spunto profondo e intimo di riflessione che possa indurre alla compassione, uno dei sentimenti più nobili, basta analizzare la parola etimologicamente. La vita ha dentro di sé regali meravigliosi, non solo sorprese dolorose: qui, per esempio, due enormi tragedie si incontrano e provocano il miracolo di un amore stupendo e imprevisto».
Tanti grandi attori in questo cast. Cosa vi attira di questo regista italiano?
«Gabriele Muccino è un rivoluzionario, sono convinta che sotto il profilo umano ed emotivo lui abbia una visione molto diversa da tutti gli altri registi. E questo permette all’attore di dare il meglio, perché può cimentarsi in qualcosa di completamente diverso, nuovo. E tremendamente stimolante».
Una curiosità. Sa che Will Smith non aveva mai girato prima una scena d’amore?
«è vero, c’era molta pressione su quella scena, è stato un momento goffo e sofferto, ma è andata bene. è stata una bella esperienza perché mi ha concesso di vedere un altro lato di Will, coerente con la splendida persona che è. è stato un momento prezioso e delicato, perché lui, in verità, ha fatto una sola altra scena d’amore nella sua carriera, in Alì. Ma quella era con la moglie vera Jada Pinkett Smith! E lui aveva una gran paura, non voleva mancare di rispetto a lei - si amano tantissimo - e neanche a me. Alla fine ha risolto lei, minacciandolo. “Non vorrai farmi fare brutta figura con gli amici!”. Siamo scoppiati a ridere e ce l’abbiamo fatta. Ancora più difficile la scena del bacio: lui, che era anche produttore, rimandava continuamente. Davvero dolcissimo, è uno con valori forti, è un uomo prima che una star, che conosce il valore della timidezza, del pudore, del rispetto».
Cos’è per lei fare l’attrice? C’è qualcosa che non le piace di questa vita?
«Mi chiedo spesso: davvero mi pagano per fare questo lavoro? Non riesco a trovare difetti a questa professione, magari ogni tanto vivo male i miei personaggi, da “Sin City” a “24” le donne che incarnavo erano sempre molto lontane da me. Emily invece l’ho subito sentita dentro, addosso, ero felice in ogni minuto di lavoro del set. È vero, però, pensandoci, che il successo ha un rovescio della medaglia. Io lavoro in questo campo da 14 anni, ma solo ora, dopo questo film, le persone mi riconoscono per strada, ho anche subìto un assalto, affettuoso per carità, a un centro commerciale. E io non sono abituata a stare nel centro del mirino, sempre monitorata, dubito che mi abituerò mai. Ma è il prezzo da pagare, forse, per la fortuna che ho avuto».


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