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L’acqua di casa mia

In molti usano le caraffe filtranti per purificare l’acqua del rubinetto. Ma c’è chi ritiene che siano inutili e addirittura pericolose

Lun 26 Set 2011 | di Linda Giordano | Salute

Sono state prodotte e messe in commercio per migliorare la qualità dell’acqua di casa, filtrandola e rendendola più pura. Eppure da mesi imperversa un acceso dibattito sulle caraffe filtranti che, secondo alcuni, addirittura renderebbero peggiore l’acqua che beviamo. Proprio nel corso dell’estate appena trascorsa, la questione è stata “caldissima”. Nate già da qualche anno, queste brocche depuratrici hanno ormai acquisito una buonissima fetta di mercato e vengono commercializzate in 60 Paesi del mondo, riscuotendo grande successo, spesso anche grazie al loro accattivante design e al prezzo popolare. E, quando una cosa ha successo, attira automaticamente le attenzioni di tutti.

Il quadro della situazione
Lo scorso febbraio la Federazione Italiana delle Industrie delle Acque Minerali (Mineracqua) ha presentato un esposto alla Procura di Torino, nel quale, sulla base di analisi condotte dall’Università La Sapienza di Roma, sosteneva il rischio che le caraffe filtranti rendessero l’acqua non più potabile e depauperata di elementi nutritivi. La questione ormai investe una decina di Procure. Addirittura i magistrati romani hanno deciso l’iscrizione, nel registro degli indagati, dei produttori di un filtro di ultima generazione. Ma i produttori di caraffe non si arrendono e si battono con grinta.

Perché no: parola all’accusa
Secondo gli accusatori, le caraffe filtranti sono una frode. Innanzitutto, il rendimento del sistema filtrante, a loro parere, decresce nel tempo: dalle ricerche effettuate è stato notato che a fine ciclo, quando bisogna cambiare il filtro, l’acqua trattata non presenta differenze rispetto all’acqua potabile. Quindi, sarebbero praticamente inutili. In secondo luogo, le caraffe potrebbero essere addirittura dannose. Infatti provocherebbero delle modifiche dell’acqua in base ai volumi della stessa trattati e della quantità di sali minerali che contiene: più un’acqua è ricca di sali e più l’efficacia della caraffa è inferiore. Pertanto, se la brocca depuratrice tratta un’acqua a basso contenuto di sali, potrebbe andare ad alterare i parametri di potabilità e quindi l’acqua potrebbe addirittura non essere più bevibile. Infine, le caraffe rilascerebbero particelle nere che derivano dal filtro a carbone attivo che utilizzano. Insudiciando l’acqua con queste particelle, dimostrerebbero la non idoneità del sistema. Ma c’è dell’altro: le caraffe privano l’acqua di componenti importanti come calcio, magnesio e altri sali minerali.  

Perché sì: parola alla difesa
Dal canto loro i produttori si dichiarano assolutamente sicuri, sottolineando come le caraffe godano della fiducia di 250 milioni di persone nel mondo. Inoltre, hanno tutte le certificazioni per la commercializzazione ed anche il Ministero della Salute si è espresso riguardo alle accuse mosse alle brocche depuratrici, dicendo che non sono assolutamente pericolose. L’inchiesta in corso, a loro dire, è solo una logica e dovuta conseguenza al fatto che è stato presentato un esposto, ma che, visto che si è ancora in fase di indagini preliminari, non c’è motivo di creare allarme. Secondo i difensori, l’acqua del rubinetto è certificata e potabile; tuttavia, all’interno potrebbero essere presenti sostanze indesiderate come calcare, residui di metallo delle tubature o un fastidioso odore di cloro, che le caraffe eliminerebbero. I filtri delle caraffe sono composti da materiali (ad esempio, carboni attivi) che consentono di trattenere queste sostanze indesiderate. Il materiale plastico per le caraffe, poi, sarebbe, a loro dire, assolutamente compatibile con l’uso alimentare. 

Ed ora, parola alla giuria. A noi non resta che attendere i risultati dell’inchiesta.   
                                   


FIDARSI È BENE?
L’Istat ha rilevato i dati sul giudizio delle famiglie in merito all’erogazione di acqua e alla fiducia nei confronti di quella del rubinetto. è risultato che il 32,8% delle famiglie italiane ha, al suo interno, uno o più componenti che  dichiara di non fidarsi a berla. Questo fenomeno raggiunge livelli più elevati in Sicilia (64,2%), Calabria (52,0%) e Sardegna (49,8%). Tuttavia, dal 2001 al 2010, il giudizio negativo delle famiglie è diminuito dal 16,2% al 10,8.


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