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Provenza: viaggio tra i sensi

Da Marsiglia al Var, fra profumi e mondanità nel regno della Belle Époque e della lavanda

Mar 27 Set 2011 | di Lorenzo Spanò | Mondo
Foto di 20

Un attento gioco di sponde che passa per i tunnel alle spalle di Genova ci apre le porte della Côte d’Azur. La French Riviera si presenta così, maestosa in tutta la sua eleganza, regale eppure sbarazzina, irriverente, disinibita, naif, con le fanfare del lusso a suonare fragorose melodie intrise di romanticismo. Applausi scroscianti, abbracci appassionati, fra scorci mozzafiato e rotatorie vertiginose come giri di valzer. 

MARSIGLIA: ALLE PORTE DEL CAOS
Alle porte del caos c’è Marsiglia, troppo irrequieta eppure sonnolenta, distratta, troppo irrisolta per essere fotografata in uno sguardo d’insieme: la si può solo attraversare, annusare. Marsiglia odora di vita, di morte, di spezie e di feci. è il manifesto cubista e sfuggente della precarietà dell’esistenza, la volubilità del nostro passaggio. Rovine postmoderne delle Cité che si arrovellano su se stesse. Proprio per questo Marsiglia funziona, unica nel suo dolore e nella sua infinita sfida che sa di sconfitta annunciata. Eppure l’orgoglio è inconfutabile. 

COSTANTINOPOLI MEDITERRANEA
Come la smania di trovare una via che conduca lontano, in Paradiso, ma che di fatto, partendo dalle meraviglie delle Calanques di Morgiou, si arresta inesorabilmente sul binario morto delle miserie degli stabilimenti di Fos, dove anche la Costa Azzurra si deve inchinare al destino e all’ideologia e l’étang puzza di petrolio, di emozioni putride, patologicamente inquinate e inquinanti. La scintilla di un melting pot giocato fra Medio Oriente, Africa e identità francese. Frammenti di imprese nostalgiche, di sirene di pescherecci, di paura, di gioia di sopravvivere, di resistere al mondo nonostante tutto, di vite pescate a strascico, di fughe, di evasioni, di passione, di presagi di eternità fra spezie, menta, basilico e un retrogusto di anice, che sale su per il naso ad anestetizzare il senso di colpa e a rendere il giorno del giudizio meno amaro. Marsiglia è un’ansia latente e snervante, l’attesa per ciò che potrebbe e che certo non sarà. Conta solo ciò che bisbiglia il porto, la città onnivora che tutto fagocita: i suoi malumori, le sue incrostazioni, panni sporchi da lavarsi in casa, lontano da sguardi indiscreti. Perché questa è la casa di un mondo abbandonato dal mondo stesso. Clacson, meravigliose melodie, una babele di suoni e di pensieri. Frenetici rumori sordi dal ventre molle di una metropoli di periferia che non pone fine alla propria emorragia, ma che continuerà a splendere in eterno nel suo magma cancerogeno di contraddizioni vitali, frutto di uno scisma infinito nelle terre di mezzo della Costantinopoli mediterranea.

VERSO AIX-EN-PROVENCE
La strada è quella giusta, lo sento, dritti verso Aix-en-Provence in una profusione di fontane e boulevard alberati, fra cafè affollati e riflessi dalle sfumature alabastro che animano il quadro come una tela di Cézanne. Una miniatura dell’odiata statalista Parigi a due passi dal cuore ribelle e sudista, dove la carne freme e l’aria puzza di genio, disillusioni e fallimenti. Da qui ad Arles il viaggio è breve. 

CAFE' VAN GOGH
Mentre Aix-en-Provence e Saint Rémy rappresentano il salotto buono della Provenza, Arles è poco più di un borgo rurale, incredibilmente carico di suggestioni storiche fra i cui vicoli di paese riecheggiano i fasti, le intuizioni e gli umori di una gamma di personaggi ed epoche che spaziano dall’antica Roma a Van Gogh. Una cittadina di confine immersa nella campagna della Bouches-du-Rhone, crocevia di racconti e affari, spartiacque fra l’ingresso in Camargue e un triangolo di terra meraviglioso delimitato dalle autostrade, un eden abbracciato da Gard, Vaucluse, Luberon, tagliato per tutta la sua altezza dall’opulenza del Rodano e chiuso a monte da una storica cima del Tour de France, il Ventoux. Le vestigia e le eredità romane, quali anfiteatri, arene, teatri, archi, fori, acquedotti, sono di casa, qui come a Nimes e al vicino Pont du Gard. Un deja-vu improvviso: sarà il Cafè Van Gogh in Place du Forum, saranno gli inseguimenti di Ronin, sarà la carne di toro, saranno le lumache alla provenzale, sarà questo rosé di Bandol che irrora i miei pensieri e amplifica le percezioni. 

TRA I VIGNETI DI RUSSELL CROWE
Il cammino è ancora lungo, e passa per Orange (la città natale di Michel Petrucciani) e per il fascino di Avignone, delle sue luci, delle sue piazze, dei suoi palazzi, del suo ponte eroso dalla storia e dalla natura, della sua fame di vita, della sua smania di sorprendere, a dispetto dell’etichetta di consumata città d’arte, figlia del lascito papalino e di una storia gloriosa. L’emozione per l’atmosfera della piazzetta della chiesa di Saint Pierre, lascia lentamente il posto alla magia di un paesaggio più intenso e travolgente di quanto si possa prevedere: l’impatto con il Parco Regionale del Luberon è unico. Dai tetti di Gordes ai campi da cartolina dell’Abbaye de Sénanque, dalle montagne d’ocra di Roussillon al vigneto di “Un’ottima annata” con Russell Crowe alle pendici di Bonnieux, dai meloni di Cavaillon alla piazzetta di Cucuron, dalle casette di Murs fino al mercato ortofrutticolo di Apt. Un percorso che taglia le colline, i borghi e i vigneti del Luberon, passando per sensazionali campi di lavanda, proiettandomi nell’ennesimo miracolo provenzale.

LA VIA GITANA PER LA LIBERTÀ
La Camargue è ancora un regalo di queste terre. Chilometri di natura che si impossessa del paesaggio, prepotentemente, fino allo sbocco nel mare. Una discesa fantastica, alla rassicurante deriva fra paludi, stagni, riserve, percorsi, ranch, fenicotteri rosa, cavalli bianchi e tori neri in attesa della prossima féria. Un panorama sublime e alienante, un distacco totale da quanto lo precede. L’unico inconveniente è rappresentato da un turismo massiccio. Per il resto un’oasi inaspettata al confine del mondo, dove le atmosfere latine e quelle balcaniche si mescolano senza soluzione di continuità nel mistico ricordo di Sara e delle due Marie. 

IL CANYON PIÙ GRANDE D'EUROPA
Les Gorges du Verdon (Le Gole del Verdon), il canyon più grande del vecchio continente, proiettano l’anima in uno sprofondo di cui non si intravede la fine. Una voragine che inghiotte senza preavviso, stretta nell’immensità di uno stupore silenzioso, spezzato esclusivamente dai lamenti dettati dall’incedere affannoso dell’uomo e, in basso, dalla pagaia che affonda i suoi colpi nell’acqua per governare una canoa in tumulto. Da qui un trionfo di villaggi e panorami sconcertanti fino alle porte di Digne-les-Bains, collegata a Nizza da un paesaggio costellato di borghi e chioschi di meloni all’ombra di stabilimenti e aree industriali che squarciano la tregua. Quando sulla mia strada incrocio Mentone e i suoi limoni, ormai è tardi e Ventimiglia è all’orizzonte. Ma tornerò per la festa gitana a Saintes Maries de la Mer a fine maggio: mi aspettano la musica e i crostacei al “Le cabanon aux coquillage”.  


 


LA PROVENZA
La Provenza era l’antica provincia del sud-est della Francia, si estendeva dalla riva est del Rodano fino a Le Trayas, cittadina situata a 20 km a sud di Cannes. Nel Medioevo l'importanza culturale di questa provincia era tale che molti autori, come Dante Alighieri, la citarono spesso nelle proprie opere. In Provenza si sviluppò, in età medievale, una civiltà raffinata, che si irradiò in gran parte d'Europa. 


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