acquaesapone Australia
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Gli aborigeni e il magnate

La comunità locale rivendica i propri diritti sulla terra

Mar 25 Ott 2011 | di Roberta Giaconi da Melbourne | Australia

C’è una lotta che va avanti ormai da anni nella regione di Pilbara in Western Australia. Da una parte c’è uno degli uomini più ricchi d’Australia, il magnate del ferro Andrew Forrest, dall’altra la comunità locale di aborigeni, gli Yindjibarndi. Al centro della contesa ci sono concessioni per un tesoro minerario stimato intorno ai 2,86 miliardi di tonnellate di ferro.
È una terra particolare quella di Pilbara. Una zona di canyon rocciosi, di isole dalle spiagge bianche e di coralli, ma anche uno dei luoghi minerari più ricchi del paese. La Fortescue Metals Group, la società di Forrest, ha chiesto le concessioni per estrarre il ferro nel 2008 e se le è viste assegnare dallo Stato, ma gli aborigeni ne contestano la validità, in mancanza di un loro consenso. È una battaglia ad armi impari: da una parte ci sono schiere di avvocati, consulenti, offerte milionarie che dividono la comunità indigena, dall’altra ci sono le rivendicazioni degli aborigeni sulla propria terra dalla quale per troppo tempo sono stati estromessi.

SENSO DI COLPA
Per capire come una piccola comunità di 800 abitanti stia riuscendo a creare problemi a uno degli uomini più ricchi d’Australia bisogna indagare il senso di colpa degli australiani nei confronti degli aborigeni. I primi colonizzatori arrivati nel paese li liquidarono come inetti e poco sviluppati, negando loro qualsiasi diritto sulla terra: un disprezzo che è durato almeno fino a 30 anni fa, quando sono iniziati i primi passi indietro, nel tentativo di trovare una riconciliazione. Gli aborigeni sono diventati a pieno titolo cittadini australiani e hanno ottenuto un riconoscimento particolare, che teoricamente dovrebbe andare a loro favore: il Native Title Act, una legge sui diritti di proprietà sulla terra. In base a quest’ultimo le società minerarie non potrebbero iniziare i lavori fino a quando non raggiungono un accordo con gli indigeni, i padroni tradizionali della terra. Questi ultimi hanno diritto a prendere parte alle decisioni che riguardano il proprio territorio, di essere consultati e risarciti.

SCORCIATOIE LEGALI
Ma c’è una scappatoia legale: la compagnia mineraria può dire al tribunale di aver fatto del suo meglio nelle trattative e può vedersi riconoscere i diritti minerari a prescindere dalla volontà degli indigeni. Ed è questo quello che sta succedendo a Pilbara. Forrest in realtà ci ha provato davvero in tutti i modi. Il magnate, cresciuto anche lui nel Western Australia, si propone come una sorta di benefattore. Ha persino dato vita a un movimento, Generation One, con l’obiettivo di mettere fine alle disparità tra gli aborigeni e gli altri australiani. In cambio di un accordo sulle miniere ha promesso fino a 10 milioni l’anno, da distribuire anche attraverso occupazione, infrastrutture e istruzione. Ma la Yindjibarndi Aboriginal Corporation, guidata da Michael Woodley, non è voluta scendere a compromessi. “Vogliamo almeno il 2,5% di royalties dalle miniere”, hanno chiesto. “La nostra terra sarà sfruttata per i prossimi quarant’anni. E la terra è molto importante per noi: è ciò da cui veniamo, è quello che ci identifica con la nostra nazione, è sacra per noi e per i nostri figli”, spiega Woodley. La situazione resta critica. Una parte degli aborigeni si è schierata al fianco del magnate, fondando la Wirlu Murra Yindjibarndi Aboriginal Corporation, che cerca ora di farsi riconoscere come l’unica rappresentante degli indigeni idonea a trattare le negoziazioni. I tribunali si stanno occupando della vicenda e la corte federale ha recentemente dato ragione al magnate. Ma gli aborigeni non si scoraggiano e si dicono pronti a portare il problema davanti all’High Court, il tribunale supremo australiano.                   


Condividi su: